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Ecoansia, perché può fare davvero male (e come curarla)

ecoansia

Dimenticate drammi edipici o malessere da avvitamento narcisistico. Oggi, secondo gli analisti, sul lettino l’ansia che più emerge è soprattutto una: quella ecologica, quella causata dal pensiero della riduzione imminente delle risorse e della catastrofe globale. “Quello che vedo nei miei pazienti è un vero terrore, unito alla disperazione per un futuro che non c’è e per le generazioni in arrivo”, dice lo psicoterapeuta neozelandese Michael Apathy. “L’eco-ansia è cresciuta enormemente dopo la pubblicazione del rapporto dell’IPCC”, gli fa eco l’inglese Jayne Rust. Sebbene il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (ancora) non riporti ancora una voce specifica, l’American Psychological Association, in un poderoso report del 2017 (“Mental Health and Changing Climate”)ha introdotto il termine di “ecoansia” – ripreso anche dalla rivista specializzata Psychology Today” - come una patologia che produrrebbe altissimi livelli di stress, attacchi di panico, perdita di appetito e insonnia. Ancora peggiori gli effetti a lungo termine, come abuso di sostanze, terrore, rabbia choc, uniti ad un aumento dell’ostilità e dell’aggressione e a una perdita della coesione sociale (d’altronde, è sempre più dimostrato che le alte temperature rendono le persone più violente, oltre ad aumentare il tasso di suicidi). 

Insomma: non solo chi ha già sperimentato in prima persona alluvioni e disastri naturali, ma anche chi semplicemente viene in contatto con dati e report catastrofici, e invece di rimuoverli li prende sul serio, può cadere facilmente vittima di depressione e sgomento, come ha raccontato Sam Johnston sulla BBC in un documentario sull’eco-ansia: “Non riesco più a dormire naturalmente, ho palpitazioni al cuore”. Ancora peggio è andata a quei 110.000 che hanno scaricato e letto uno dei report più apocalittici che gira sul web, “Deep Adaptation: A Map for Navigating Climate Tragedy” del prof. Jem Bendell, che sul sito in cui ha pubblicato il suo report raccomanda anche gruppi di aiuto, come il suo (The Positive Deep Adaptation Facebook Group): ma non per discutere di soluzioni, solo per trovare modi per affrontare l’inevitabile fine. Ma il problema che emerge è enorme: perché se anche il peggiore dei report fosse corretto, come andare avanti? Quali motivazioni trovare per alzarsi dal letto? Le risposte esistono, anche se nessuna di queste prevede la negazione del problema, tanto che la stessa Greta Thunberg sostiene che il panico sia una reazione corretta quando si capisce realmente quale sia la situazione reale. In senso generale, l’ecoterapia suggerisce di riportare alla memoria i momenti della propria infanzia spesi nella natura, ma anche di prendersi pause da informazioni e tecnologica, immergersi nelle foreste, sviluppare resilienza. The Climate Psychology Alliance, un gruppo di professionisti che si occupa del rapporto tra clima e psicologia, aiuta le persone a trovare sostenere l’inevitabile tensione tra speranza e disperazione, mentre Linda Buzzel, esperta ecoterapeuta, sottolinea l’importanza di non restare isolati. In rete esiste poi The Good Grief Network, un gruppo che aiuta a combattere ansia, inazione, disperazione, burn out da cambiamento climatico e fornisce tutta una serie di strumenti – libri, video, poesie – per contrastare la mancanza di speranza. Un altro consiglio viene dalla psicologa ambientale Renee Lertzman, che ha coniato il termine di “environmental melancholia”. “Non serve focalizzarsi ossessivamente su comportamenti ecologici, diventando fanatici del riciclo o della bici o del veganesimo, né è utile tentare di evangelizzare pesantemente gli altri. Inutile ancge, spiega, pensare alla propria morte. 

In effetti, gli studiosi hanno anche dimostrato che cadere in preda al panico può portare a comportamenti controproducenti, persino per il clima stesso. Un esperimento effettuato  su due gruppi di individui del Dr Jess Preston del Dipartimento di Psicologia di Warwick – pubblicato nel “Journal of Experimental Psychology: Applied” col titolo  “Climate Change Helplessness and the (De)moralization of Individual Energy Behavior” –ha mostrato che  coloro a cui venivano dati più elementi di speranza erano più inclini ad agire e ad adottare comportamenti ecologici, rispetto all’altro gruppo che invece si abbandonava alla distruttività. Il punto non è, ripetono gli esperti, optare per lo scenario meno grave, ma di adottare comunque un’attitudine basata sull’azione positiva anche di fronte alle peggiori previsioni, proprio come si dovrebbe fare di fronte a una diagnosi di malattia grave o addirittura terminale. Aiuta senz’altro andare nella natura, praticare mindfulness, giocare e persino utilizzare l’ironia, che non nega la gravità, ma serve, eccome, a stemperare la tragedia.   

(Dal Fattoquotidianodell'8 luglio 2019)

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