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Fare causa allo Stato per negligenza climatica

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Non solo manifestazioni, cartelli, tam tam su Facebook. Contro le inadempienze rispetto al cambiamento climatico e al rischio di un aumento di 4 gradi delle temperature entro fine secolo, c’è chi ha deciso di fare direttamente causa allo Stato italiano. Sono un gruppo consistente di associazioni, comitati territoriali, singoli cittadini, che stanno promuovendo in tutta Italia la campagna “Giudizio Universale”. Una vera azione legale che sarà depositata ad ottobre presso in Tribunale civile di Roma. “Abbiamo appena undici anni per bloccare tutte le politiche che generano emissioni e modificano il clima – si legge sul sito promotore dell’iniziativa -. Giunti a quel punto, sarà troppo tardi”. Poi ricordano che “in moltissimi paesi, movimenti e cittadini stanno citando in giudizio Stato, istituzioni e imprese per costringerli ad attuare politiche realmente efficaci” e concludono: “Abbiamo deciso di fare causa anche in Italia. Chiederemo allo Stato Italiano di attuare misure più stringenti per rispondere ai cambiamenti climatici e invertire il processo: se non ci pensiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro”.

“I ricorrenti opereranno in veste di ‘difensori dei diritti umani’, come ammesso da un apposito strumento dell’Onu, nonché in base alla Convenzione di Aarhus e a quella europea dei diritti umani, vincolanti per l’Italia – spiega Michele Carducci, docente di diritto costituzionale comparato all’Università del Salento ed esperto di Diritto climatico – e saranno assistiti da un team legale composto da avvocati e docenti universitari”.

Ma su quali basi normative si fonderà la causa? “Lo strumento è l’art. 2043 del Codice civile – spiega Carducci – secondo una specifica e consolidata interpretazione fornita dalla Corte costituzionale in chiave preventiva, per denunciare omissioni di autorità pubbliche. Lo Stato sarà chiamato a rispondere dei suoi inadempimenti nella lotta ai cambiamenti climatici”. Ma in che termini si può citare uno Stato per inadempimento climatico? “Questo tipo di cause – continua – non si fondano su questioni scientifiche controverse, ma sul loro esatto contrario, ovvero sulla condivisione, a livello internazionale, di acquisizioni scientifiche, in tema di origini e rimedi dei cambiamenti climatici, che gli Stati hanno accettato e in nome delle quali si sono impegnati ad adottare una serie di iniziative, come ad esempio l’Accordo di Parigi, i Report dell’IPCC e i punti ma anche ai 17 obiettivi di “Agenda 2030”. Le acquisizioni scientifiche condivise, proprio perché non controverse, vincolano gli Stati e rappresentano un parametro di verifica della loro condotta, sia a livello internazionale che nazionale. Se lo Stato si discosta da tempi, limiti e modalità stabiliti a livello internazionale e suffragati dalla scienza condivisa, deve dimostrare, per risultare comunque in ‘buona fede’ verso la comunità internazionale e verso i propri cittadini, di agire sulla base di proprie evidenze scientificamente accessibili e verificabili, in grado di rassicurare i cittadini sul buon esito delle sue decisioni; la discrezionalità dello Stato, pertanto, non è né illimitata né insindacabile, al contrario risulta ‘orientata dalla scienza’  e vincolata all’onere della prova scientifica”.

Di fronte a questo scenario, pertanto, i cittadini possono rivendicare non solo il diritto alla tutela della propria vita e salute, ma anche quello ad essere informati sulle basi scientifiche che orientano le decisioni dello Stato, nonché il diritto umano al clima sicuro. Ma se lo Stato non dimostrerà la sua “buona fede” scientificamente orientata, spiegano da Giudizio Universale, sarà condannato, “sia a fornire le informazioni scientifiche negate ai cittadini, sia anche ad agire in modo diverso”. Dunque la causa non ha affatto un valore semplicemente simbolico ma, spiega ancora Carducci, “servirà ad imporre un nuovo modo di agire dello Stato, più attento ai diritti umani dei cittadini verso l’ambiente, il clima e le generazioni future”.

Nel mondo si contano ormai diverse centinaia di cause legali climatiche, raggruppabili in tre categorie: cause contro lo Stato, contro le imprese fossili, e contro progetti autorizzati ma climalteranti. “Molte di queste cause hanno avuto successo (si pensi al caso ‘Urgenda’, in Olanda), ma ogni causa legale dipende dalle caratteristiche del proprio contesto giuridico”, spiega una delle attiviste della campagna Rita Cantalino, dell’associazione “A Sud”. Per quello che riguarda l’Italia, dove “Giudizio universale” inaugurerà la prima ma non ultima di queste azioni legali climatiche, si deve constatare, conclude Carducci,  “che la giurisprudenza dellaCorte Costituzionale e quella della Cassazione offrono interessanti conferme alle ragioni dei cittadini, con riguardo alla tutela dei loro diritti di informazione e sicurezza climatica”.

(Ilfattoquotidiano.it)

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