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Coronavirus, cinque cose che possiamo imparare ‘grazie’ a questa traumatica esperienza

Ci sono le vittime, ovviamente. E ci sono i contagiati, e i parenti dei contagiati, che vivono certamente queste ore con angoscia e paura. Il coronavirus è senz’altro una grande tragedia globale, non c’è neanche da discuterne. Eppure attraverso questa traumatica esperienza collettiva possiamo imparare anche alcune cose utili, e che saranno anzi fondamentali per le future, anzi direi vicine, sfide che dovremo affrontare. E questo nonostante la reazione a tratti isterica per non dire psicotica che molte persone hanno avuto, a partire, oserei dire, dai giornali stessi. I quali hanno contributo molto negativamente a diffondere panico con titoli inappropriati (di cui qualcuno, per fortuna si è scusato). Ma cosa abbiamo appreso, dunque, o meglio stiamo apprendendo “grazie” al coronavirus?

1) Anzitutto, ci siamo scoperti per la prima volta profondamente vulnerabili. Non che prima non ci sentissimo, soggettivamente tali, ma il coronavirus ha messo a nudo la fragilità dell’intero genere umano che ha rafforzato come non mai la percezione di esserlo singolarmente. Diceva Hannah Arendt che non abbiamo paura della morte perché in realtà, mentre le persone nascono e muoiono, il mondo resta stabile. Con il virus, l’intero mondo è messo a rischio, dunque non possiamo più nasconderci dietro un’illusione di stabilità. Questa percezione di vulnerabilità è molto importante anche rispetto al tema dei cambiamenti climatici, perché è proprio da essa che nasce poi il rispetto e la cura per l’ambiente dal quale dipendiamo.

2) Il virus ha mostrato la nostra strutturale interconnessione globale. Non ci sono confini, non ci sono muri, non ci sono nazioni che tengano. Questa scoperta può essere molto terrorizzante, perché le persone impaurite e prive delle informazioni giuste tendono a rifugiarsi in movimenti nazionalisti proprio con la convinzione di potersi sottrarre ai pericoli. Il coronavirus, scoppiato proprio dopo la Brexit, ha mostrato quanto sia insensato isolarsi. E al tempo stesso ha fatto capire chiaramente che le soluzioni possono esistere solo a livello globale, solo con accordi di tutte le nazioni. Qualcosa di tremendamente difficile, come mostrano i negoziati sul clima e tuttavia ineludibile. Siamo davvero un’unica nazione.
e: nessun controllo a...

3) Come in tutti i momenti di crisi collettiva, la paura alimenta le reazioni egoistiche più grandi, la spinta a svuotare il supermercato, a comprare protezioni per sé alla faccia di altri. Ma è vero anche il contrario: si riscopre un senso di condivisione globale, causato proprio dal fatto che siamo tutti nella stessa situazione. In un certo senso, il virus ha messo fine alla sbornia individualistica che da decenni imperversa nel nostro globo, contagiando purtroppo anche i paesi in via di sviluppo. Non si può più pensare alla propria vita in maniera isolata, agendo come se si fosse in una navicella spaziale priva di contatto con il mondo. Occorre tener conto delle interconnessioni con gli altri – una cosa molto faticosa per noi perché ci pone davanti al limite – eppure quando mai necessaria e istruttiva.

4) Ancora, il virus ci ha insegnato cosa non dobbiamo fare nel caso di emergenze collettive. Ovvero cedere al panico incontrollato, e magari, ancora peggio, rovesciare il nostro panico sui social network, in un contagio infinito. Contagio causato, come ho già detto, anche dai mezzi di comunicazioni, quotidiani per primi, che non hanno saputo mantenere il senso della misura anzi si sono buttati sul virus quasi forse nella speranza che l’urgenza spingesse la gente a comprare copie. Spero, ma non ne sono sicura, che abbiano finalmente capito l’importanza di parlare di problemi globali ed emergenze mondiali, ad esempio quella climatica, e di farlo però nella maniera giusta, perchè mai come oggi i media sono fondamentali, nell’epoca della disintermediazione e della debolezza della comunicazione politica istituzionale.

5) In definitiva, questo virus ci offre un’occasione formidabile di riflessione individuale e collettiva. Privatamente, dovremmo chiederci se la nostra vita, le nostre scelte sono compatibili con quelle di altri sette miliardi di persone e del pianeta stesso. Se, cioè, stiamo conducendo vite sostenibili, a livello ambientale, etico, sociale. Perché il virus è anche espressione dell’insostenibilità delle nostre esistenze (come scriverò in un prossimo articolo). Non possiamo più vivere sprecando risorse senza neanche rendercene conto, oppure, anche, viaggiando da una parte all’altro del globo senza chiederci che impatto ha il nostro spostarci sugli ecosistemi ambientali, ma direi anche sociali, nei quali andiamo. Dobbiamo davvero ripensare tutto e questo ripensamento può renderci persone migliori.

A livello collettivo anche il virus impone una riflessione. Speriamo, ma non ne siamo certi, che la politica sia stata costretta ad alzare lo sguardo da questioni e odi privati, intollerabili prima e ancora di più in momenti di emergenza, abbia capito anch’essa che le sfide che dobbiamo affrontare, e che riguardano la nostra stessa sopravvivenza, implicano un superamento di ogni sguardo miope, incentrato sulla propria sopravvivenza politica e sulla vittoria delle elezioni più vicine. Non si tratta di sospendere la democrazia o invocare “stati di eccezione” di triste memoria. Ma sicuramente il virus impone a tutti quelli che ci governano, a livello mondiale, nazionale e locale, un cambiamento radicale di passo. Che non è più neanche opzionale, visto che in gioco, ripeto, c’è la stessa esistenza.

Nei prossimi mesi capiremo se il coronavirus sarà passato invano, oppure no.

Ps. Un’ultima, importantissima cosa che il passaggio del coronavirus dovrebbe averci definitivamente insegnato non è solo il rispetto degli esperti che lavorano in silenzio e con fatica, ma la consapevolezza che senza di loro siamo letteralmente spacciati, che dalla scienza, cioè, dipende la nostra stessa vita. Non è affatto banale ricordarlo perché siamo un paese dove la cultura scientifica è sempre stata negletta, a favore di politicismi e pseudoumanismi che a nulla servono quando le cose, appunto, si fanno serie. D’ora in poi l’ascolto degli scienziati, sui virus come sul cambiamento climatico, dovrebbe essere la nostra assoluta priorità.

Ilfattoquotidiano.it

 

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